POLITICA La scelta dei candidati, un insulto all’intelligenza degli elettori
Ott 27th, 2025 | Di cciotola | Categoria: PoliticaSiamo in piena campagna elettorale, eppure l’aria che si respira è sempre la stessa: scetticismo, disincanto, distanza. L’astensionismo, ormai, è diventato il vero vincitore di ogni tornata elettorale.
Attualmente in Italia è elevato, ma la percentuale dipende dal tipo di elezione. Per le elezioni politiche del 2022, l’affluenza si è attestata al 63,8%, il che significa un tasso di astensionismo del 36,2%. Questo dato rappresenta il livello di astensione più alto registrato nella storia della repubblica.
Alle regionali del 1995 votò l’85% degli aventi diritto: da allora, siamo scesi al 50% circa. Secondo l’Istat, meno di una persona su due si informa sulla politica almeno una volta a settimana.
Un italiano su due sceglie di non votare.
Un dato che non nasce dal disinteresse, ma da una sfiducia profonda verso una politica che non sa più rappresentare, né parlare ai cittadini.
Tra le molte cause, una risalta su tutte: la qualità dei candidati. Da anni, ormai, i partiti sembrano incapaci di selezionare figure credibili, competenti, radicate nei territori. Si preferiscono nomi mediatici, professionisti di successo prestati alla politica, volti “civici” che dovrebbero incarnare il cambiamento ma spesso ne rappresentano solo la superficie. E ancora, nomi riempitivi per formare liste che servono ad aumentare il potenziale del calderone per una coalizione.
Così ogni candidato, anche giovane ed inesperto porta quei pochi voti, familiari e qualche amico: ma tutto fa “brodo”. La verità è che mancano percorsi, esperienze amministrative, conoscenza della macchina pubblica. Oltre al discorso etico. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: una classe politica debole, improvvisata, spesso inconsapevole della complessità che la attende.
La politica non è un esercizio di spontaneità. È una responsabilità, una disciplina che richiederebbe studio, esperienza, capacità di mediazione e visione. Eppure, oggi, sembra bastare una buona esposizione sui social, un profilo accattivante o l’appoggio giusto per conquistare una candidatura. Un tempo si parlava di “gavetta”: un percorso di crescita dentro le istituzioni, dalla circoscrizione al consiglio comunale, fino ai livelli più alti. Oggi quella scuola è scomparsa, sostituita da una politica fast food (portando, secondo gli addetti ai lavori, ad una efficienza veloce ma anche a rischi di disumanizzazione e appiattimento culturale)
dove si entra in scena senza aver mai frequentato il palcoscenico.
Diceva Platone che, quando siamo malati, non ci affidiamo al medico più eloquente ma al più competente. Nella politica italiana, invece, non conta più la competenza. E così, mentre i partiti si affannano a mostrare volti nuovi, i cittadini continuano a voltarsi dall’altra parte, esasperati da una rappresentanza che non li rappresenta.
C’è poi una responsabilità più profonda, quella dei partiti stessi. Ogni volta che candidano figure senza esperienza amministrativa, scelgono la via più comoda ma anche la più miope. Perché un candidato imposto o improvvisato non conquista i delusi, non mobilita gli indecisi, non restituisce fiducia. Anzi, rafforza l’idea che la politica sia solo un gioco di potere, un club riservato a pochi.
Non si tratta di rimpiangere i “professionisti della politica” per nostalgia, ma di riconoscere che la competenza e la conoscenza delle istituzioni non sono un difetto: sono un valore. Il cosiddetto “candidato della società civile” ha senso solo se ha alle spalle un percorso di impegno pubblico, una storia di partecipazione reale. Altrimenti resta un nome in lista, un volto in più in un manifesto senza contenuti.
Albert Einstein scriveva: “La vera crisi è l’incompetenza”. E in questa crisi di competenze la politica italiana si trova pienamente immersa. La colpa non è solo dei candidati, ma di chi li sceglie, di chi li propone, di chi confonde la rappresentanza con la visibilità.
Finché le segreterie continueranno a compilare le liste sulla base di equilibri interni, di accordi e spartizioni, le urne continueranno a svuotarsi. E le sconfitte, più che politiche, saranno culturali. Perché ogni volta che un elettore rinuncia al voto, non si allontana solo dalla politica, ma da un’idea di democrazia sostanziale.
L’Italia resta il Paese delle opportunità facili, dove è più rapido diventare ministro che completare un apprendistato. Forse, la politica, se vuole recuperare credibilità, dovrà tornare a essere una scuola, non una passerella.
Le prossime elezioni amministrative avrebbero potuto essere un’occasione per invertire la rotta. Un sussulto di dignità. Perché la vera offesa all’intelligenza dei cittadini non è solo nelle parole.
E, in conclusione, chi decide di non recarsi alle urne non merita offese né facili giudizi. È un gesto che, pur non condivisibile, esprime una forma di disillusione e di protesta che la politica non può ignorare.
Più che condannare l’astensione, bisognerebbe comprenderne le ragioni e trasformarla in uno stimolo al cambiamento. Servono consapevolezza, coraggio e coerenza nei fatti per invertire una rotta che, oggi, appare sempre più segnata dal distacco tra cittadini e istituzioni.
Ennio Silvano Varchetta


