Signorina a chi? Persistenti tracce di patriarcato
Gen 19th, 2026 | Di cciotola | Categoria: Spettacoli e Cultura
In ambito professionale c’è un termine che continua a riecheggiare come un irritante e fastidioso ronzio: signorina. Una parola che può sembrare innocua, spacciandosi pergalante, ma che in un contesto lavorativo stona come un “ciao bella” durante un meeting strategico. Dietro questa scelta linguistica, apparentemente neutra, si nasconde un retaggio culturale che ha storicamente relegato le donne in ruoli marginali e che nel contesto lavorativo assume connotazioni discriminatorie, paternalistiche e, spesso, apertamente denigranti. Nel Sessismo della lingua italiana l’uso di “signorina” in ambito professionale è definito comediscriminatorio e lesivo della dignità, riconoscendo che il riferimento allo stato civile è irrilevante e potenzialmente umiliante. La lingua non è neutra, è androcentrica, è sovraestesa, ma contribuisce a costruire e rafforzare gli stereotipi sociali, vecchi e nuovi opacizzando la presenza femminile. Tuttavia questa azione discriminatoria e svalutante del linguaggio finisce per essere accettata come normale. Nei corridoi dell’Asl di Frattamaggiore qualche anno fa apparve il cartello “in questi ambulatori non esistono signorine, ma dottoresse”. È un’etichetta che riduce la professionalità, sminuisce le competenze riportando il tutto alla sfera privata,presupponendo una determinata situazione sentimentale, in cui la donna è definita in relazione a un uomo che c’è, che ci sarà o che dovrebbe esserci, come se fosse indicativo averefigli o gatti. Le parole contano, quelle che uno dice, ma soprattutto che non dice. Alla fine, tutta questa storia del chiamare una dottoressa “signorina” è un po’ come quando ti presenti a una riunione con un progetto fantastico e arrivi insieme ai tuoi colleghi uomini e sei l’unica alla quale si riferiscono con ‘bella’ o ‘signorina’. Perché sì, magari è solo una parola, ma è proprio quella che ti toglie un pezzo di autorevolezza, come se il tuo titolo di studio fosse un accessorio opzionale, tipo gli orecchini. E allora ti ritrovi lì, con le migliori intenzioni, e dopo aver lavorato sicuramente il doppio, a chiederti perché agli uomini nessuno dica mai “il signore ingegnere”, mentre a te tocca ancora spiegare che no, non sei “la signorina”, sei la professionista. Signorina è quella parola che ti arriva addosso come una ramanzina non richiesta: paternalista, fuori luogo, e soprattutto convinta di essere simpatica. Presuppone una certa compiacenza, disponibilità. La professionalità non ha stato civile, né età presunta, né vezzeggiativi incorporati. Dottoressa riconosce un percorso formativo, una posizione, un’autorità. Signorina, invece, riconosce… cosa, esattamente? È un’etichetta che non aggiunge nulla alla professionalità di chi la riceve, ma toglie qualcosa: toglie autorevolezza, toglie neutralità, toglie spazio. Sfugge ancora a molti che il femminismo non toglie niente a nessuno, al massimo restituisce ciò che è stato tolto. In un contesto professionale, i titoli servono a riconoscere competenze. Dottoressa lo fa. Signorina no. Signorina non dice cosa fai, né cosa sai. Dice solo come qualcuno immagina la tua vita privata. È una parola che continua a circolare come quella penna lasciata in ufficio che ha terminato l’inchiostro,tutti la vedono, nessuno la butta, e qualcuno insiste pure a usarla. Signorina. Non è galanteria, ti sposta di ruolo senza chiedere permesso.
E se qualcuno trova ancora difficile dire dottoressa, il problema non è la lingua: è la mentalità. Perché certe parole non descrivono la realtà, la tradiscono. Signorina va cestinatodirettamente nella cartella spam, è un bug linguistico che si presenta in piena videocall durante la quale vorresti solo impostare modalità aereo.
Carmela Papa


