29 marzo 2026 – Domenica delle Palme – Anno A
Apr 6th, 2026 | Di cciotola | Categoria: ReligioneLa Parola della Domenica
Commento e meditazione sulle letture della Messa domenicale
a cura di Padre Ciro Sarnataro, SDV
29 marzo 2026 – Domenica delle Palme – Anno A
“Sei tu il re dei Giudei”
Entriamo oggi nella Settimana Santa accompagnando Gesù nel suo cammino verso la croce. È una domenica sorprendente: comincia con il festoso Osanna della folla e termina con il silenzio drammatico del Calvario. In un’unica liturgia convivono entusiasmo e tradimento, accoglienza e abbandono. È il movimento della nostra stessa fede.
La prima lettura di Isaia (Is 50,4-7) ci offre la chiave per comprendere tutto: il Servo del Signore non fugge, non si difende, non risponde all’insulto con l’insulto. Dice: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato”. È un volto che non si sottrae, che accetta di essere ferito. Non per rassegnazione ma per amore. Questa è la forza mite e disarmata del Vangelo.
Il salmo 21 ci fa ascoltare il grido più misterioso della storia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Non è disperazione: è la preghiera dell’uomo quando non capisce, quando il dolore sembra più grande di Dio. È la preghiera che Gesù stesso pronuncia sulla croce. In quel grido c’è ogni nostro grido: quello di chi è malato, solo, umiliato, tradito, impaurito dal futuro. E Dio lo accoglie.
San Paolo, nella lettera ai Filippesi (seconda lettura; Fil 2,6-11), dice che Cristo “svuotò sé stesso”. Lui che era Dio sceglie la strada del servo. Non perde la sua divinità: la mostra. Perché l’amore è onnipotente proprio quando si fa vulnerabile. Per questo, continua Paolo, Dio lo esalta. La croce non è la fine, è il passaggio.
Il Vangelo secondo Matteo (Mt 26,14; 27,66) ci mette davanti alla verità dell’uomo: Giuda che tradisce, Pietro che promette e poi nega, i discepoli che fuggono, Pilato che si lava le mani, la folla che cambia opinione. Non c’è condanna, c’è rivelazione. La Passione ci insegna che non siamo migliori di loro. Anche noi possiamo tradire senza accorgercene: quando scegliamo l’indifferenza, quando cediamo al cinismo, quando preferiamo Barabba, cioè la soluzione facile, aggressiva, immediata, invece del Vangelo. Eppure, dentro a questa frattura, Gesù resta. Non scappa da noi. Non rinnega chi lo rinnega. In questa pagina così lunga e intensa, Gesù dice pochissime parole. E tutte parlano di dono: “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue”. Prima di essere tradito, Lui si consegna. Nessuno gli strappa la vita: lui la offre.
In mezzo al dramma spunta anche un volto inatteso: Simone di Cirene, che viene chiamato a portare la croce. È la fotografia della vita cristiana. Non siamo spettatori della Passione: ne siamo coinvolti. A volte non scegliamo noi la croce ma è la croce che ci sceglie e potremmo scoprire, come Simone, che è proprio lì che incontriamo Gesù. E poi c’è il centurione romano, un estraneo, un pagano, che davanti alla morte dice: “Davvero costui era Figlio di Dio!” È la prima professione di fede ai piedi della croce. Non nasce davanti ai miracoli ma davanti all’amore che muore perdonando. Forse anche noi arriviamo alla fede passando attraverso il dolore o lo smarrimento. Dio non ci giudica per questo: ci accompagna.
La Domenica delle Palme ci consegna una domanda: quale volto di Gesù scegliamo? Quello trionfante degli ulivi o quello silenzioso della croce? Gesù non vuole un entusiasmo passeggero: vuole un cuore che rimane. Entriamo allora nella Settimana Santa e non dimentichiamo quei gesti quotidiani che nascono dal Vangelo di oggi: non laviamoci le mani, non giriamoci dall’altra parte, non diciamo “non è affar mio”. Il cristiano non è “pilatesco”: è responsabile, presente, compassionevole. La buona notizia è che nessuno dei protagonisti della Passione è scartato da Gesù: neanche Pietro, neanche i discepoli fuggiti, neanche noi. Il suo amore è più grande dei nostri tradimenti. Perché la croce non è l’ultima parola. È l’inizio della risurrezione.
Buona domenica.


