13 settembre 2026 – XXIV Domenica del Tempo di Ordinario – Anno A

Set 11th, 2026 | Di cciotola | Categoria: Religione

La Parola della Domenica
Commento e meditazione sulle letture della Messa domenicale

a cura di Padre Ciro Sarnataro, SDV

 

 

 

“Quante volte dovrò perdonare al mio fratello,

se pecca contro di me?” (Mt 18,21-35)

 

Siamo una società di contabili della morale. Viviamo con la calcolatrice in mano, pronti a fatturare i torti subiti e a pretendere sconti sui nostri fallimenti. Nel Vangelo, Pietro fa esattamente questo: cerca un limite, una misura di sicurezza. “Signore, quante volte dovrò perdonare? Fino a sette volte?”. Sette, nella cultura del tempo, era già il numero della perfezione, il massimo dello sforzo umano. Pietro si sente generoso, quasi un santo. Ma la risposta di Gesù è una secchiata d’acqua gelida: “Non fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. Tradotto: smetti di contare. Perché l’amore non fa contabilità, o è infinito o semplicemente non è amore.

 

Gesù spiega questo paradosso con una parabola che sembra scritta per la nostra attualità, fatta di bacheche social piene di “fiele”, guerre geopolitiche e faide familiari. Un uomo viene condonato di un debito stratosferico, miliardi di euro attuali. Esce da quel palazzo, incontra un suo simile che gli deve pochi spiccioli, e lo prende per il collo gridando: “Paga il dovuto!”. Questa è la fotografia esatta della nostra ipocrisia quotidiana. Siamo bravissimi a inginocchiarci davanti a Dio - o a pretendere comprensione da chi ci circonda - dicendo: “Capiscimi, ho sbagliato, attraverso un momento difficile”. Ma non appena giriamo l’angolo, diventiamo giudici spietati. Non perdoniamo il collega che ci ha scavalcato, il familiare che ci ha ferito, il vicino di casa che ci infastidisce. Conserviamo il rancore come un tesoro prezioso, lo alimentiamo giorno dopo giorno.

 

Il Libro del Siracide (Sir 27,33-28,9) ce lo urla in faccia con una modernità disarmante: “Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?”.

 

Cadiamo in un grande equivoco: pensiamo che perdonare significhi “sentirsi bene” con chi ci ha fatto del male, o dimenticare tutto con un colpo di spugna buonista. Non è così. Il perdono non è un’emozione passeggera, è una scelta spirituale e quindi umana. È la decisione lucida di spezzare la catena del male. È dire: “Tu mi hai ferito, ma io non userò la tua stessa arma per distruggere te e me stesso”.

 

San Paolo (Rom 14,7-9) ci ricorda che nessuno di noi vive o muore per sé stesso: siamo tutti interconnessi. Se io accumulo risentimento, “infetto” l’aria che respirano tutti. Se io non sblocco quel debito, blocco la vita dell’altro e, soprattutto, imprigiono la mia.

 

Il servo malvagio della parabola viene condannato non perché ha sbagliato originariamente, ma perché ha bloccato il flusso della misericordia. Ha ricevuto un dono immenso e lo ha tenuto egoisticamente per sé, rifiutandosi di replicare lo stile del re. Il perdono di Dio non è un’assicurazione sulla vita a basso costo che ci permette di fare ciò che vogliamo; esige una conversione reale, una riparazione concreta. Se distruggo la reputazione di qualcuno, non basta un’avemaria in confessionale; devo fare un passo necessario per restituire la dignità a quella persona.

 

Smettiamola, allora, di essere cristiani teorici o intellettuali del risentimento. Scendiamo una volta per tutte dalla cattedra del giudizio. Il perdono non è un sentimento per anime deboli, ma il coraggio dei forti che decidono di disarmare il conflitto. Diceva San Giovanni Paolo II che il perdono attesta che nel mondo è presente un amore più potente del peccato. Smettiamo di essere i ragionieri delle ferite altrui e diventiamo, finalmente, contagiati e contagiosi di questa immensa, scomoda misericordia.

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