20 settembre 2026 – XXV Domenica del Tempo di Ordinario – Anno A

Set 18th, 2026 | Di cciotola | Categoria: Religione

La Parola della Domenica
Commento e meditazione sulle letture della Messa domenicale

a cura di Padre Ciro Sarnataro, SDV

 

 

 

“Oppure sei invidioso perché io sono buono?”(Mt 20,1-16)

 

Viviamo in una società dominata dalla cultura della performance. Fin da piccoli ci insegnano che il nostro valore dipende da quanto produciamo, dai risultati che otteniamo, dalla posizione che riusciamo a scalare. Contiamo le ore, calcoliamo i meriti e, inevitabilmente, pesiamo gli altri sulla bilancia del nostro giudizio. Poi, leggiamo il Vangelo di oggi e tutta questa impalcatura crolla.

 

Gesù ci racconta di un padrone di casa che esce a cinque orari diversi per cercare lavoratori per la sua vigna. Va all’alba, a metà mattina, a mezzogiorno, alle tre e, infine, alle cinque del pomeriggio, quando la giornata è ormai agli sgoccioli. Trova persone ferme in piazza e chiede loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. La risposta è una fotografia dolorosa dell’esclusione sociale di ogni epoca, anche della nostra: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Non è pigrizia, è mancanza di opportunità. È la condizione di chi oggi si sente invisibile, scartato dal mercato o dalla vita.

 

Lo scandalo scoppia al momento della paga. Tutti, dall’operaio dell’alba a quello dell’ultima ora, ricevono lo stesso stipendio: un denaro. I lavoratori della prima ora protestano. Razionalmente hanno ragione: hanno sopportato il peso del giorno e il caldo. Ma il padrone risponde con una domanda che va dritta al cuore: “Tu sei invidioso perché io sono buono?”.

 

È qui che risuona la provocazione della prima lettura del profeta Isaia (55,6-9): “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”.

La nostra logica umana è quella del merito e della proporzione. La logica di Dio è quella del bisogno e della misericordia. Quel “denaro” non è il salario per le ore prestate, ma è il pane quotidiano necessario a ogni famiglia per vivere con dignità. Il padrone della vigna non calcola il rendimento, ma si prende cura della dignità delle persone.

 

La protesta dei primi lavoratori rivela una trappola spirituale in cui cadiamo spesso: considerare la fede, l’onestà o l’impegno civile come un peso, un dovere faticoso da sopportare in vista di un premio finale. Chi la pensa così finisce per invidiare chi “si gode la vita” per poi magari convertirsi all’ultimo momento. Ma vivere nella vigna del Signore – cioè vivere nella giustizia, nell’amore, nella verità – non è una schiavitù, è un privilegio! Significa volare alto, dare uno slancio divino alla nostra esistenza, come ci ricorda san Paolo (Fil 1,20c-24.27a): “Per me il vivere è Cristo”.

 

Cosa dice questa pagina alla nostra vita di tutti i giorni?

Ci chiede di guarire dall’invidia sociale e spirituale. Ci invita a smettere di guardare il fratello con il bilancino del farmacista, lamentandoci se riceve un bene che riteniamo non meritato. Nelle nostre piazze contemporanee – fatte di solitudini, di precarietà lavorativa ed emotiva – c’è un disperato bisogno di uno sguardo che non giudichi, ma che offra una possibilità.

Dio ci ama non perché siamo bravi; ci ama perché siamo suoi figli. Il Suo è un amore a fondo perduto.

 

Allora, oggi siamo chiamati a decidere da che parte stare. Vogliamo continuare a essere contabili del merito altrui, logorati dal rancore, o vogliamo sintonizzarci sui pensieri di Dio?

 

Cerchiamo il Signore mentre si fa trovare e accogliamo la sua vicinanza: scopriremo che l’unica vera ricompensa è essere stati scelti per fare della nostra vita un dono, a qualunque ora siamo stati chiamati.

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