Dal giardino di Adamo ed Eva ai ragazzi del 2026: chi ha dimenticato di custodire i binari?
Ott 20th, 2026 | Di cciotola | Categoria: Cronaca Nazionaledi Ciro Scognamiglio — Giornalista di strada
PRIMA SCENA — RAGAZZI E RAGAZZE, PARLIAMO UN POCO!
Ragazzi e ragazze, lo sapete come la penso. Ho sempre fatto così! Quando, da professore e poi da Preside, dovevo entrare a gamba tesa nei vostri conflitti, naturalmente con la gamba buona, conoscevo già un metodo per cominciare. Aprivo il registro e, prima ancora di cercare i responsabili, scrivevo il nome del primo rapportato: CIRO SCOGNAMIGLIO. Sì, proprio il mio! E sapete che cosa accadeva? Cominciavano a uscire tutti i colpevoli. Non perché avessi scoperto qualche misteriosa tecnica investigativa, ma perché avevo messo per primo sotto osservazione l’adulto che avrebbe dovuto educarli.
A quel punto facevo sedere i miei monelli a lato. Non vi dico quale lato, perché oggi qualcuno potrebbe persino interpretarlo come una collocazione politica! A LATO, e basta! La scuola non era un Parlamento e io non dovevo conquistare voti. Dovevo comprendere che cosa fosse successo, chi avesse fatto del male, chi lo avesse subito e, soprattutto, perché tanti altri avessero assistito senza intervenire.
Prima di redarguire i colpevoli, però, mi rivolgevo agli innocenti. O almeno a quelli che si ritenevano tali. «Ragazzi, voi vi sentite Caino oppure Abele?» Silenzio. Nessuna risposta. Qualcuno abbassava gli occhi, qualcuno sorrideva, qualcun altro guardava il compagno, sperando che parlasse per primo.
E io aspettavo.
Perché Caino e Abele non erano due etichette da appiccicare addosso ai ragazzi. Erano una domanda sulla responsabilità umana. Caino aveva colpito suo fratello, Abele ne era stato la vittima. Ma nella nostra classe c’erano anche quelli che avevano visto, quelli che sapevano, quelli che avevano riso e quelli che, pur non avendo fatto nulla, avevano lasciato che tutto accadesse.
Soltanto dopo parlavo ad alta voce ai miei monelli. Non per umiliarli davanti agli altri, ma per far comprendere che un conflitto non finisce quando si individua un colpevole. Finisce, forse, quando chi ha sbagliato riconosce il proprio errore, chi ha subito viene ascoltato e chi è rimasto a guardare comprende di avere anch’egli una responsabilità.
E sapete perché avevo scritto per primo CIRO SCOGNAMIGLIO? Perché prima di chiedere ai ragazzi dove avessero sbagliato, dovevo domandarmi se io, adulto ed educatore, avessi fatto tutto ciò che era necessario per insegnare loro a non arrivare a quel conflitto.
Oggi, seduto davanti al mio immaginario Bar CIROSCO99, con il bastone al fianco e voi davanti, non ho più un registro di classe da aprire. Ma quella domanda non è invecchiata.
CHI È CAINO? CHI È ABELE? E NOI ADULTI, DOVE ERAVAMO?
SECONDA SCENA — DAL GIARDINO TERRESTRE AL CASINO DEL 2026!
Cari ragazzi e care ragazze, sapete che un tempo ero in un giardino, a libero pisello, e con me c’era una ragazza a libera patatina? Eravamo lì, senza vestiti, senza telefonini, senza griffe e, soprattutto, senza bisogno di farci vedere da qualcuno per dimostrare che esistevamo!
Ci dissero che le mele non si toccavano. Ma arrivò un serpente, uno che già allora conosceva benissimo la strategia del casino, e ci fece capire che il Masto non era nessuno! E noi, naturalmente, invece di ragionare, ci lasciammo convincere.
Ragazze e ragazzi, finì che fummo costretti a coprirci le nudità, perché improvvisamente ci vergognavamo persino di come eravamo fatti! Pensate un poco: prima vivevamo nudi e tranquilli, poi bastò una mela, un serpente e una disobbedienza per cominciare a nasconderci.
E DA ALLORA SONO PASSATI MILLENNI, MA IL CASINO NON È FINITO!
Io, nel frattempo, mi sono fatto vecchio. Ho avuto figli, ho visto crescere generazioni e qualche volta anche i figli miei se le sono suonate di santa ragione! E io a gridare: «CAINO! ABELE! FINITELA!» E aggiungevo pure qualche parola che adesso non vi ripeto, perché siamo all’aperto, in questa nostra classe tra virgolette, e il vecchio Preside deve conservare almeno un poco di decoro!
Ma adesso, ragazzi miei, siamo arrivati alla SBANDATA!
Possibile mai che voi, nativi di questo mondo, cresciuti con strumenti che noi nemmeno potevamo immaginare, siate arrivati, almeno alcuni di voi, a mettere a ferro e fuoco le strade per quattro griffe? Quattro marchi, quattro vetrine, quattro oggetti che diventano importanti perché qualcuno vi ha convinto che senza quelli non siete nessuno!
E i telefonini? Sempre pronti! Si riprende, si pubblica, si condivide, si conta quanta gente guarda. Ma chi si ferma a domandare che cosa stia veramente accadendo?
AZZ, RAGAZZI! MA QUESTA È UNA RIVOLUZIONE O UNA PUBBLICITÀ AL CONTRARIO?
Vedete, i miei fratelli di un tempo volevano fare una rivoluzione. Qualcuno avrebbe voluto trascinare persino Caino dentro quella battaglia! Gridavano contro i poteri forti, contro le ingiustizie, contro chi comandava. E poi, qualche volta, proprio quei poteri che contestavano finivano per mangiarseli, politicamente e culturalmente.
Io parlavo, cercavo di ragionare, ma mica mi ascoltavano!
«CIRO, TU SEI TROPPO MONACO!» mi dicevano.
Troppo monaco? Forse! Ma già allora pensavo che gridare non bastasse per cambiare il mondo. E che una rivoluzione, se dimentica l’uomo, rischia di diventare soltanto un’altra maniera di comandare sugli uomini.
E oggi, guardandovi qui davanti al mio Bar CIROSCO99, mi domando che cosa abbiamo imparato noi vecchi e che cosa vi abbiamo insegnato.
Perché allora c’era chi voleva cambiare il mondo, mentre oggi vedo alcuni ragazzi disposti a spaccare una vetrina per portarsi a casa un simbolo del mondo che dicono di contestare.
Ma non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Voi siete tanti, diversissimi, e non siete colpevoli per il solo fatto di essere giovani. Il problema riguarda anche noi adulti, che vi abbiamo consegnato telefonini sempre più intelligenti senza essere certi di avervi trasmesso altrettanta capacità di giudizio.
MA VENIAMO AL DUNQUE!
TERZA SCENA — OTTO TESTIMONI, UN SOLO REGISTRO E LA PORTA DELLA RSA
Ragazzi e ragazze, mettetevi comodi. Al Bar CIROSCO99 non ho convocato otto professori per interrogarvi sulle date di nascita. Ho convocato otto testimoni di un problema: quando i ragazzi arrivano al buio, chi ha spento la luce? E non si esce da questa classe immaginaria con uno slogan, un telefonino nuovo o una vetrina spaccata.
Chiamo Antonio Gramsci. Nei *Quaderni del carcere* ragiona sulla crisi di autorità e sulla questione dei giovani; scrive: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere». Il problema, ragazzi, non è dire che ogni giovane è perduto: è capire perché il passaggio tra generazioni possa incepparsi. E io, che di traversine e bulloni ho già parlato, domando: chi fa manutenzione alla Storia?
Chiamo Hannah Arendt. Nel saggio *La crisi dell’istruzione* ricorda, in sostanza, che gli adulti hanno la responsabilità del mondo in cui accolgono i nuovi arrivati. Non potete essere abbandonati a voi stessi e poi rimproverati perché non avete trovato la strada. Ma la responsabilità degli adulti non vi autorizza ad aggredire, rubare o devastare.
Chiamo Walter Benjamin. In *Esperienza e povertà* si confronta con la difficoltà di trasmettere l’esperienza dopo una guerra che aveva travolto una generazione. Io, vecchio giornalista di strada, mi domando se siamo ancora capaci di raccontarvi che cosa abbiamo vissuto, o se ogni racconto finisce sommerso da un video di pochi secondi.
Chiamo Ernesto de Martino. Studia la *crisi della presenza*: il rischio che la persona perda la possibilità di riconoscersi e agire in un mondo che non riesce più a governare. È una sua categoria antropologica, non una diagnosi dei ragazzi di oggi. Ma ci aiuta a formulare la domanda: che cosa succede quando non sappiamo più dove collocarci?
Chiamo Paulo Freire. Nella *Pedagogia degli oppressi* l’educazione non è un deposito di parole nella testa degli allievi: è dialogo, consapevolezza, lettura critica della realtà. E allora non basta che io, Preside in pensione, faccia la predica; voglio che voi discutiate, studiate e mi contraddiciate con argomenti, non con i sampietrini.
Chiamo Émile Durkheim. L’*anomia* indica la difficoltà della società a dare regole e orientamenti condivisi. Quando si indebolisce il legame fra individuo e collettività, il disordine non è una faccenda che si risolve cercando un capro espiatorio adolescente. Ma nemmeno l’anomia è un lasciapassare per comportarsi da irresponsabili.
Chiamo Zygmunt Bauman. La società dei consumi promette identità attraverso gli oggetti, mentre lascia molte persone incerte e insoddisfatte. Quattro griffe diventano un traguardo? Un marchio vale più di una coscienza? Attenzione: Bauman non ha spiegato il saccheggio di quella specifica piazza; siamo noi che interroghiamo il presente servendoci dei suoi strumenti.
Infine John Dewey. Democrazia ed educazione si imparano nell’esperienza quotidiana, nella partecipazione e nelle relazioni. Non soltanto nelle dichiarazioni solenni dei politici. E allora torniamo al mio registro: se metto il mio nome per primo, non assolvo i monelli. Dico che educare è anche rispondere del proprio esempio.
E ADESSO VE LO DICO IO, SENZA GIRARCI INTORNO! Ragazzi di sedici anni, ragazze e ragazzi di tredici, andate a studiare! Andate a cercare le idee, discutete, organizzatevi, fate domande, protestate pure quando avete una ragione da difendere: la piazza è anche vostra. Ma non rompete i gabasisi e soprattutto non rompete la città! Non scambiate il furto per protesta, la devastazione per una rivoluzione e il filmato del saccheggio per un titolo di merito.
Vi hanno messo in mano un telefonino capace di aprire biblioteche intere e qualcuno l’ha trasformato nel telecomando di una fogna. Un telefonino di merda non è un destino, ragazzi! È uno strumento. Se lo usate per studiare, vedere, documentare e denunciare, serve la libertà. Se lo usate per imitare il primo stronzo che urla, corre e distrugge, finisce per comandare lui. E non siete nati per obbedire agli algoritmi!
Ricordo la febbre per le novità tecnologiche, già negli anni Ottanta, e poi le file notturne davanti ai negozi per possedere il nuovo apparecchio. La corsa al telefonino come oggetto di massa arrivò più tardi: non confondiamo il 1980 con l’epoca degli smartphone. Ma il vizio di mettersi in fila per l’ultimo feticcio, quello sì, lo riconosco. E noi adulti, che spesso abbiamo insegnato a desiderare le cose prima di capire le idee, dovremmo farci un esame di coscienza.
E ORA CAMBIO BANCO: INTERROGO I GRANDI! Matteo Salvini, quanta prosopopea sento nella politica quando basta gridare per sembrare autorevoli! Stefano Bonaccini, non riduciamo la cultura e l’ignoranza a una gara fra destra e sinistra: la Storia va studiata, non usata come manganello verbale. Non attribuisco a nessuno di voi una frase letterale senza averla verificata; questo è il rimprovero satirico che rivolgo io, Ciro Scognamiglio, al modo di discutere dei grandi.
Io non chiedo ai ragazzi di rinunciare agli ideali. Chiedo loro di costruirli, con libri, lavoro, coraggio, confronto e responsabilità. E chiedo agli adulti, soprattutto a quelli che hanno già compiuto sessant’anni e sanno dispensare soltanto sentenze, di non trattare i giovani come il bidone della loro delusione.
DA SESSANT’ANNI IN SU, VI ASPETTO ALLA RSA FELICITÀ DI PIANURA! Palle, carte e qualche partita per chi vuole giocare; studio e ricerca per chi, come me, continua a far domande. E per quelli che hanno dimenticato perfino l’alfabeto dei propri ricordi, una bella ripassata di alfa, beta e di tutte le lettere che servono a leggere prima di pontificare! Badate: è una RSA satirica e immaginaria. Qui non ricoveriamo gli anziani: ricoveriamo la presunzione di chi pensa di avere sempre ragione.
E al serpente, che dall’antico giardino continua a sussurrare che il Masto non è nessuno, rispondo che il paradiso dell’innocenza è finito da un pezzo. Il futuro non verrà salvato da un vecchio che urla, né da un giovane che spacca: verrà costruito da persone capaci di assumersi ciascuna la propria parte.
RAGAZZI E RAGAZZE, LA LEZIONE È FINITA? NO. ADESSO ANDATE A STUDIARE. POI TORNATE E FACCIAMO DISCUSSIONE.
FUORITEMPO — NESSUNO!
Ciro Scognamiglio — Il vecchio Preside, giornalista di strada.
NOTA DI RICERCA — FONTI E DISTINZIONE FRA TESTI E INTERPRETAZIONI
Antonio Gramsci, *Quaderni del carcere*, Quaderno 3, §34 (crisi di autorità e questione dei giovani).
Hannah Arendt, *The Crisis in Education* (1958), poi in *Between Past and Future*.
Walter Benjamin, *Erfahrung und Armut* (*Esperienza e povertà*, 1933).
Ernesto de Martino, *Il mondo magico* (1948); *La fine del mondo* (postumo, 1977); voce «Ernesto de Martino», Treccani.
Paulo Freire, *Pedagogia degli oppressi* (1968/1970).
Émile Durkheim, *La divisione del lavoro sociale* (1893); *Il suicidio* (1897).
Zygmunt Bauman, *Consuming Life* (*Consumo, dunque sono*, 2007).
John Dewey, *Democracy and Education* (*Democrazia e educazione*, 1916).
Le frasi messe in bocca al narratore sono sue interpretazioni satiriche e pedagogiche, non citazioni letterali degli studiosi. La frase attribuita a Gramsci è una citazione testuale; le altre posizioni sono parafrasi. La RSA Felicità e il Bar CIROSCO99 sono luoghi narrativi della satira.


