Montanelli: «Il fascismo fu Mussolini». Una storica intervista che continua a far riflettere
Ott 31st, 2026 | Di cciotola | Categoria: PoliticaDall’uomo che seppe imporsi nel caos del dopoguerra al dittatore travolto dalle proprie ambizioni, fino al Mussolini sconfitto di Salò. Indro Montanelli ricostruisce la parabola del fascismo attraverso la storia dei suoi tre Mussolini. Una testimonianza giornalistica che, a distanza di tempo, conserva intatta la sua forza.
Ci sono interviste che appartengono al momento in cui vengono realizzate e altre che, invece, attraversano il tempo senza perdere valore. Ci sono uomini che non passano mai, perché il loro pensiero, la loro capacità di leggere la storia e il coraggio delle proprie analisi continuano a parlare anche alle generazioni successive. Indro Montanelli appartiene certamente a questa seconda categoria. Riascoltare oggi una sua storica intervista sul fascismo significa ritrovare non soltanto la lucidità di un grande giornalista, ma anche un modo di raccontare la storia senza fermarsi alla superficie degli avvenimenti.
«Il fascismo fu Mussolini. Chi cerca altre fonti ideologiche è completamente fuori strada». È questa la tesi dalla quale Montanelli parte per ricostruire la parabola del regime, distinguendo tre diverse stagioni nella vita politica di Benito Mussolini: il primo Mussolini, il restauratore; il secondo, quello del potere assoluto e delle ambizioni imperiali; il terzo, il Mussolini ormai sconfitto e impotente di Salò.
Il primo è l’uomo che arriva al governo in un’Italia attraversata da instabilità politica, conflitti sociali e violenze. Le istituzioni sono in difficoltà, i governi non riescono a garantire continuità e nelle piazze si susseguono gli scontri. Montanelli riconosce a Mussolini la capacità di ristabilire un ordine, ma ridimensiona la retorica della rivoluzione fascista: la conquista del potere avvenne con il consenso del re e degli apparati dello Stato. La successiva sfida fu quella di contenere le squadre fasciste e i loro capi locali, i ras, spesso autonomi e difficili da controllare. La creazione della Milizia rispose proprio all’esigenza di ricondurre quella forza entro una struttura gerarchica. Il primo Mussolini dimostrò inoltre una capacità di scelta nella formazione della classe dirigente, affidandosi anche a personalità estranee al fascismo: da Alfredo Rocco a Giovanni Gentile, fino a uomini come Volpi, Beneduce e Menichella. Fu questa la stagione in cui riuscì a raccogliere consensi ben oltre i confini del movimento fascista.
La svolta arrivò con la ricerca del consenso assoluto. Il plebiscito, privo di una reale competizione politica, trasformò il voto in una manifestazione di adesione al Duce. La propaganda accompagnò questa fase con campagne come la Battaglia del grano, presentata come risposta ai problemi quotidiani del Paese. Ma, secondo Montanelli, il successo politico finì per trasformare lo stesso Mussolini. Il potere senza contrappesi lo allontanò progressivamente dalla realtà, fino a renderlo prigioniero della propria immagine. È il secondo Mussolini, quello delle ambizioni imperiali, della pretesa di assegnare all’Italia un ruolo internazionale che il Paese non aveva le risorse per sostenere. Il rapporto sempre più stretto con Hitler segnò il definitivo avvicinamento alla rovina.
L’ultimo capitolo è quello di Salò. Montanelli descrive un Mussolini sconfitto, confinato in un potere ormai fragile e circondato dalle macerie del regime. In quella fase il Duce torna a frequentare vecchi compagni della sua stagione socialista, come Nicola Bombacci e Carlo Silvestri, immaginando un nuovo fascismo che, nella lettura del giornalista, recuperava temi del vecchio socialismo rivoluzionario. Un passaggio che riporta al centro le origini politiche di Mussolini e il rapporto mai completamente risolto con il socialismo. Montanelli ricorda anche il tentativo iniziale di raggiungere un patto di pacificazione con i socialisti, naufragato per l’opposizione e la violenza degli squadristi.
La riflessione personale che mi sento di aggiungere è che il valore di questa intervista va ben oltre il tema storico affrontato. In un tempo nel quale spesso si rincorrono dichiarazioni veloci, giudizi superficiali e ricostruzioni condizionate dalle convenienze del momento, riascoltare Montanelli rappresenta un’occasione per riscoprire il giornalismo che analizza, approfondisce e lascia al lettore gli strumenti per formarsi un’opinione. Non significa necessariamente condividere ogni sua interpretazione, ma riconoscere il valore di una testimonianza capace di stimolare il confronto e di aprire nuove prospettive di lettura.
È proprio questo che intendo quando dico che ci sono interviste e uomini che non passano mai. Il tempo può cambiare il linguaggio, le tecnologie e il modo di fare informazione, ma non cancella il valore delle idee, della competenza e della libertà di pensiero. Alcune voci continuano a essere ascoltate perché hanno saputo lasciare qualcosa di più di una semplice dichiarazione: hanno consegnato alla storia una chiave di lettura.
E quella di Montanelli, con la sua formula «Il fascismo fu Mussolini», resta una riflessione forte sulle responsabilità personali, sulla degenerazione del potere e sul destino di un Paese che finì per identificare la propria storia con le ambizioni di un solo uomo.
Claudio Ciotola


