SANTA MARIA CAPUA VETERE, DALLE FERITE DEL 2020 A UN CARCERE CHE GUARDA AL FUTURO: IL MODELLO DONATELLA ROTUNDO

Nov 6th, 2026 | Di cciotola | Categoria: Cronaca Regionale

Dalle camicie per la Polizia Penitenziaria alle cravatte di Marinella, dalla pasticceria agli spazi dedicati ai bambini: otto reparti, oltre mille detenuti e centinaia di agenti. Così la Casa circondariale Francesco Uccella prova a trasformare il carcere in un luogo di lavoro, formazione e reinserimento sociale.

C’è una storia che merita di essere raccontata, soprattutto perché arriva da un luogo che per anni è stato associato a una delle pagine più drammatiche della cronaca giudiziaria italiana. Parliamo della Casa circondariale Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere, finita al centro di una vasta inchiesta giudiziaria sulle presunte violenze commesse da appartenenti alla Polizia Penitenziaria nei confronti dei detenuti nell’aprile del 2020.

Da quella vicenda, che ha profondamente segnato l’immagine dell’istituto, è partita anche una sfida importante: restituire dignità, credibilità e una nuova prospettiva alla vita all’interno del carcere.

Un percorso che, sotto la direzione della dottoressa Donatella Rotundo, ha visto svilupparsi negli ultimi anni numerosi progetti, con un obiettivo preciso: fare in modo che la detenzione non sia soltanto espiazione della pena, ma anche occasione concreta di cambiamento.

La struttura penitenziaria è articolata in otto reparti: Accoglienza, Volturno, Nilo, Tamigi, Tevere, Senna, Danubio e Semilibertà. Una realtà complessa che ospita detenuti appartenenti a diversi circuiti e regimi detentivi, compreso quello di alta sicurezza e una sezione dedicata alla tutela della salute mentale.

I numeri danno la dimensione dell’impegno quotidiano. Secondo la scheda del Ministero della Giustizia aggiornata al 10 settembre 2026, nell’istituto risultavano presenti 1.055 detenuti, a fronte di 826 posti regolamentari, con 150 posti non disponibili. Per quanto riguarda la Polizia Penitenziaria, i dati di trasparenza di settembre 2026 indicano 481 unità in servizio rispetto alle 528 previste.

Una popolazione carceraria numerosa e una struttura che deve fare i conti con il sovraffollamento e con le difficoltà organizzative, ma nella quale si è cercato di investire anche su attività capaci di cambiare concretamente la quotidianità.

Una delle esperienze più significative è quella della sartoria maschile, realizzata attraverso la collaborazione con il gruppo napoletano Isaia e la Fondazione Enrico Isaia e Maria Pepillo.

Qui i detenuti confezionano camicie destinate agli appartenenti alla Polizia Penitenziaria di tutta Italia. Un progetto che ha raggiunto una produzione di circa 30.000 camicie all’anno e coinvolge un centinaio di detenuti nelle attività produttive e formative.

È un’immagine che racchiude un significato particolare: persone private della libertà che, attraverso il proprio lavoro, realizzano gli indumenti destinati proprio a coloro che quotidianamente garantiscono la sicurezza degli istituti penitenziari.

Non si tratta soltanto di produzione, ma di formazione professionale, acquisizione di competenze e possibilità di costruire un futuro lavorativo una volta terminata la pena.

Un’altra importante collaborazione è quella con la storica maison E. Marinella.

Nel reparto femminile è stato realizzato un laboratorio sartoriale nel quale le detenute imparano a confezionare cravatte e foulard, portando all’interno dell’istituto una tradizione artigianale napoletana conosciuta in tutto il mondo.

Un incontro tra due realtà apparentemente lontane, ma unite da un elemento fondamentale: il valore del lavoro fatto con competenza e passione.

Le detenute non sono semplicemente impegnate in un’attività ricreativa, ma partecipano a un vero percorso di apprendimento e produzione.

C’è poi la pasticceria, realizzata con il supporto dell’azienda Pink House di Aversa. Anche in questo caso il progetto punta sulla formazione e sull’acquisizione di una professionalità che possa essere utilizzata nel mondo del lavoro.

Un laboratorio nel quale imparare tecniche di preparazione, organizzazione e produzione, con la possibilità di trasformare un’esperienza maturata durante la detenzione in una concreta opportunità di reinserimento.

Accanto alle attività produttive sono stati realizzati una biblioteca, una palestra attrezzata grazie alla collaborazione del Rotary e della Camera Penale di Santa Maria Capua Vetere e altri spazi dedicati alla socialità.

Tra le iniziative più significative sul piano umano c’è la realizzazione di uno spazio all’aperto attrezzato per consentire ai bambini di incontrare i propri genitori detenuti in un ambiente più accogliente.

Una sala giochi e un’area pensata per rendere meno traumatico un momento delicato come quello del colloquio con un padre o una madre che si trovano in carcere.

È un aspetto fondamentale, perché la detenzione non coinvolge soltanto chi sconta una pena, ma inevitabilmente anche i familiari e soprattutto i figli, che non devono diventare vittime indirette degli errori degli adulti.

È stato inoltre predisposto uno spazio per consentire ai detenuti di incontrare i propri cani, riconoscendo il valore degli affetti e del rapporto con gli animali.

Ma il progetto di trasformazione non si ferma alle iniziative già avviate.

Tra le prospettive illustrate per l’istituto figurano la realizzazione di un ospedale veterinario, un progetto di produzione di vitigni borbonici attraverso torri idroponiche e il ristorante Lumiére, concepito per essere fruibile anche da persone provenienti dall’esterno, su prenotazione.

Quest’ultimo rappresenta una prospettiva particolarmente interessante: un’attività di ristorazione che potrebbe mettere in relazione il lavoro dei detenuti con il territorio, creando occasioni di formazione, professionalità e confronto con la società esterna.

Si tratta di progetti che, secondo le informazioni disponibili, sono stati avviati o programmati come percorsi di sviluppo e che richiedono ulteriori passaggi per la loro piena realizzazione.

Naturalmente, raccontare queste esperienze non significa ignorare le criticità. Il sovraffollamento, la carenza di personale, le difficoltà sanitarie e la necessità di garantire condizioni dignitose di detenzione restano problemi che richiedono risposte concrete da parte delle istituzioni.

Ma è altrettanto importante riconoscere le esperienze positive che nascono all’interno degli istituti penitenziari.

Santa Maria Capua Vetere rappresenta oggi un esempio di come il lavoro, le collaborazioni con le imprese, la formazione e l’attenzione agli affetti possano contribuire a costruire un diverso modello di detenzione.

Dopo la pagina dolorosa del 2020, la sfida è quella di consolidare un cambiamento che non può essere affidato soltanto alla buona volontà di una direzione, ma deve diventare un patrimonio stabile dell’Amministrazione penitenziaria.

Perché il carcere non deve essere un luogo dove si perde ogni speranza. La pena deve avere un significato, come stabilisce l’articolo 27 della Costituzione: tendere alla rieducazione del condannato.

E forse è proprio questa la lezione più importante che arriva da Santa Maria Capua Vetere: la vera sicurezza non si costruisce soltanto con le mura e le sbarre, ma anche offrendo alle persone la possibilità concreta di non tornare a commettere gli stessi errori.

Claudio Ciotola

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