Berlusconi da teste a inquisito. Impegnate ben quattro Procure

Set 28th, 2011 | Di cc | Categoria: Politica

“Non poteva non sapere”. E’ tornato dunque di moda il leit motive degli anni Novanta, quando il teorema giudiziario veniva applicato ai segretari della Dc e del Psi sulla questione dell’illecito finanziamento. Altri, invece, soprattutto se “compagni”, potevano non sapere e sono stati risparmiati.

 

Oggi il “non poteva non sapere” è applicato a Berlusconi in relazione alla questione delle cosiddette escort di Tarantini.

 

Si badi bene che la definizione è generica e nessuna delle ragazze coinvolte ha mai dato di sé questa attribuzione di professione. E che fossero intrattenimenti gaudenti, magari pure un po’ licenziosi, eleganti o di una noia mortale, sono fatti assolutamente privati che certo non meritano centomila intercettazioni ed un esercito di investigatori, tra l’altro appartenenti a zone del Paese, nel Sud d’Italia, in cui a farla da padroni non sono le escort ma i boss delle varie criminalità organizzate.

Ma guardiamo ai fatti recentissimi.

 

Fino a poche ore fa Giampaolo Tarantini interpretava il ruolo del cattivo. In compagnia della moglie e del giornalista Lavitola.

 

Ricorderete che il procuratore capo di Napoli, Lepore, all’accusa dell’avvocato Ghedini che riteneva fosse pronta una vera e propria trappola ai danni di Berlusconi, convocato con tanto di provvedimento coattivo come testimone, quindi senza difensore, rispondeva con fermezza: state tranquilli, per noi Berlusconi è la vittima di una estorsione.

 

Poi, all’improvviso, la svolta, dopo una serie di colpi di scena col passaggio delle carte per competenza da Napoli a Roma, con una decisione del gip partenopeo che sconfessava l’operato, di Lepore e dei suoi pm, Woodcock in testa. Il cattivo Tarantini e sua moglie, infatti, escono dal carcere, dove si trovavano da quasi due mesi, e diventano vittime. Non più estorsori, dunque. E Berlusconi, come previsto fin dall’inizio di questa vicenda paradossale, non è più la vittima ma il cattivo che ha costretto l’imprenditore e sua moglie a mentire.

 

Insomma, una singolare, nuova strategia dei pm napoletani, disposti oggi perfino a perdere la titolarità dell’inchiesta che passerebbe così a Bari, luogo in cui si sarebbe consumato il presunto reato.

 

E mentre infuriava il conflitto tra Napoli e Roma, poi Lecce e ora Bari, le carte giravano da una stanza all’altra finendo in tempo reale sui giornali. Centomila intercettazioni, avvocati difensori, vedi Ghedini, convocati con procedura inusuale come testimoni, quattro procure impegnate, un nugolo di pm all’opera. Sullo sfondo una vera guerra tra procure: Roma procede infatti ad oggi per estorsione, Bari ha il capo della Procura, Laudati, a sua volta sotto inchiesta a Lecce perché sospettato di non avere correttamente gestito la prima fase istruttoria.

 

Un guazzabuglio lastricato di interrogativi. Con un finale scontato e previsto fin dall’inizio: un altro processo contro il Presidente del Consiglio.

 

 

Farina: basta con l’uso della giustizia come ascia di guerra politica

 

”I giornali di oggi registrano le ultime mosse del campionato dei ‘bounty killer’: la magistratura di Napoli e’ in gara con quella di Milano per avere lo scalpo del presidente Berlusconi. Lo aveva previsto Cossiga gia’ nell’estate del 2008”. Lo afferma Renato Farina del Pdl.

”Quel che Cossiga non aveva profetizzato - aggiunge Farina - e’ la bassezza delle menzogne distillate dai giudici del Riesame di Napoli che gonfiano quelle gia’ prodotte dai pm locali. Fino a quando sara’ consentita questa caccia all’uomo con uso della giustizia come ascia di guerra politica?”.

Il procuratore capo di Napoli, Lepore, ha annunciato che trasmetterà a Roma una copia dell’ordinanza del Riesame, mentre un’altra sarà spedita a Bari “con una lettera accompagnatoria”. Questo la dice lunga sul pasticciaccio giudiziario che i pm napoletani hanno messo in piedi seguendo il cosiddetto metodo Woodcock.

 

Riepiloghiamo: un Gip ha stabilito che la Procura di Napoli non aveva alcuna competenza ad indagare sul caso Tarantini. Dunque, l’inchiesta non era stata aperta per rispettare l’obbligatorietà dell’azione penale costituzionalmente prevista, ma solo per abbattere il premier e il suo governo per via giudiziaria. Tra l’altro, l’inchiesta era stata aperta a tutela di Berlusconi, prefigurando un ricatto del quale la stessa presunta vittima ha sempre negato l’esistenza.

 

Ma quando il premier ha inviato una testimonianza scritta ai pm, prima il procuratore capo è andato in televisione a dire che si trattava di una “memoria difensiva”, e poi ne ha previsto addirittura l’accompagnamento coatto, ritenendo che le decine di pagine di memoria depositate dai suoi difensori non fossero sufficienti.

 

Berlusconi quindi ha fatto non bene, ma benissimo a non presentarsi di fronte a una Procura che in tutta evidenza aveva solo l’intenzione di incastrarlo. Che la minaccia di accompagnamento coatto fosse un trappolone, infatti, lo si è capito quando l’inchiesta ha preso una piega tutta contraria al Presidente del Consiglio. Il Gip ha sconfessato la Procura, ma poi è puntualmente arrivato il soccorso del Tribunale del riesame, che pur trasferendo gli atti a Bari ha gettato una ciambella di salvataggio ai pm in difficoltà trasformando Berlusconi da indagato a imputato.

 

Anche se Lepore ieri ha ammesso, dopo le indiscrezioni che vorrebbero il premier indagato a Napoli per induzione alla falsa testimonianza, che la sua Procura sarebbe impossibilitata a prendere un’iniziativa del genere, visto che “la competenza in questo momento è di altri”. Ma l’importante è gettare fango e alimentare il circuito mediatico, come è ampiamente accaduto con le centomila intercettazioni disposte sul premier per il filone Tarantini-D’Addario, un numero così esorbitante da superare per impegno e mobilitazione di forze ogni inchiesta di mafia, fosse pure quella che portò all’arresto di Riina.

 

Eppure, le ipotesi accusatorie contenute nel capo d’imputazione non solo vedono totalmente estraneo il presidente Berlusconi, ma dimostrano che non era a conoscenza delle manovre di Tarantini e delle altre persone coinvolte nell’inchiesta.

 

Ma questi sono solo gli ultimi esempi di una giustizia ad personam puntata ormai da vent’anni contro Berlusconi. Basti pensare che a Milano un altro gGip, contraddicendo le richieste della stessa Procura, ha ordinato ai pm di rinviare a giudizio il premier per la storia dell’intercettazione tra Fassino e Consorte finita su il Giornale, vicenda alla quale il Cavaliere è totalmente estraneo.

 

L’uomo più intercettato del mondo che finisce sul banco degli imputati per via di un’intercettazione svelata è non solo una beffa, ma un’offesa alla ragione. Anche perché nessuno di coloro che hanno passato ai giornali intercettazioni di nessuna rilevanza penale che riguardavano il premier è stato mai neppure indagato.

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