Formazione alla legalità contro mafie che cambiano

Nov 21st, 2017 | Di cc | Categoria: Politica

L’elenco è lunghissimo dei “suoi” condannati a morte. Personaggi noti tra cui

Falcone e Borsellino, uomini di mafia e gente comune, bambini, uccisi ad un suo

comando per un avvertimento, per bloccare indagini, per far scattare guerre tra

cosiddetti uomini d’onore, per qualsiasi motivo gli potesse tornar utile. In fatto di

pietà zero assoluto. Nella belva Riina la pietà era un sentimento che non poteva

allignare. Una debolezza che il “capo dei capi” non può avere.

Chissà se leggendogli l’elenco delle sue vittime si sarebbe ricordato di tutti

loro. Delle motivazioni che l’avevano spinto ad uccidere o a comandare gli assassini.

Sicuramente no. Erano talmente tanti che anche la mente più allenata avrebbe

avuto difficoltà di memoria. E’ morto a 87 anni mentre scontava 26 ergastoli per

duecento omicidi accertati Salvatore Riina detto Totò “‘u curtu”. In un colloquio

video-registrato nel carcere di Parma il 27 febbraio scorso ribadiva alla moglie

Antonietta Bagarella: “Io non mi pento… non mi piegheranno. Non voglio chiedere

niente a nessuno. Mi posso fare anche 3000 anni, no 30”. E come avrebbe potuto

pentirsi un personaggio che per tutta un’esistenza ha puntato a essere il capo dei

capi di Cosa Nostra? In fatto d’immagine c’è riuscito bene. Anche a distanza di 24

anni dal suo arresto è rimasto il Capo - per lo meno nell’immaginario collettivo -

dell’organizzazione malavitosa italiana che fino a qualche anno fa era la numero uno

in assoluto, appunto la mafia siciliana.

Le cose cambiano però e lo scettro dell’organizzazione criminale italiana,

diciamo così, più potente è passata alla ‘ndràngheta calabrese. Essa, secondo una

relazione della Commissione antimafia, “ha una struttura tentacolare priva di

direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica”, e

viene paragonata alla struttura del movimento terroristico islamico Al-Qaida.

Insomma, la ‘ndrangheta è diventata tra le più pericolose organizzazioni criminali

del mondo, con un fatturato che si calcola superi i 53 miliardi di euro annui. C’è poi

la camorra napoletana caratterizzata da un gangsterismo di bande formate

ultimamente da giovanissimi delinquenti, spesso in lotta tra di loro.

Che Riina continuasse ad applicarsi, fino alla fine dei suoi giorni, a provare a

mantenere l’immagine del numero uno della sua organizzazione, tramite le

intercettazioni ambientali che lui immaginava potessero essergli fatte, è cosa ovvia.

Ma che lo Stato si lasciasse sfuggire certi suoi pronunciamenti lascia perplessi. “Lo

faccio finire peggio del giudice Falcone. Lo farei diventare il tonno buono”. Così Riina

si esprime nel dicembre 2013 nei confronti del magistrato Nino Di Matteo.

“Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno”, dicevano due mafiosi

in un’intercettazione telefonica. I “due” erano Toto’ ‘u curtu e Bernando Provenzano.

Sono morti entrambi e con loro, forse, l’impostazione a cupola della mafia.

L’errore più grande commesso da Riina è stato quello di aver voluto scatenare

una vera guerra allo Stato. La mania di grandezza e la voglia del dominio assoluto

sull’organizzazione mafiosa l’hanno portato ad esaltarsi al punto d’organizzare

stragi per ottenere dallo Stato benefici per i suoi sodali. C’è riuscito fino ad un certo

punto. Poi è scattata l’offensiva - meglio difensiva - dello Stato che l’ha inchiodato

alle sue tremende responsabilità. Resta il fatto che il nostro Paese esporta come

Made in Italy criminalità in tutto il mondo e che lo Stato sembra impotente a

bloccare i fenomeni malavitosi.

I tempi cambiano e anche la mafia è probabile che sia già mutata. Non più

folcloristiche affiliazioni dei soci o cupole formate da soggetti assolutamente

ignoranti, con la dote però della scaltrezza e dell’aggressività senza limiti. C’è chi già

ipotizza il successore e lo va a cercare tra i compagni di Totò ‘u curtu. C’è chi parla

di Matteo Messina Denaro, il super latitante, più propenso però a curare la sua

super latitanza ed i suoi affari.

Forse già da anni la mafia si è data un’organizzazione più rispondente ai

tempi e soprattutto alla necessità di ritornare prima nel business del malaffare. Per

combatterla certo l’azione della polizia e della magistratura, ma soprattutto bisogna

puntare sulla formazione dei giovani alla legalità. La politica può far molto a partire

dalle prossime elezioni, senza ambiguità, puntando su liste elettorali di soggetti che

per tutta la loro vita hanno dimostrato com’è possibile lavorare nell’assoluta

legalità, senza compromessi con chicchessia.

                                                                                                                                                                                                                 

Ciro Sarnataro

Lascia un commento

Devi essere Autenticato per scrivere un commento