“L’Aquilotto insanguinato”

Set 30th, 2020 | Di cciotola | Categoria: Scuola e Giovani

All’epoca, siamo in pieno 1200, fu una tragedia immane, che giunse all’epilogo a Napoli, in quella che è oggi piazza Mercato, sotto gli occhi commossi e atterriti di migliaia di cittadini, radunati apposta perché quella decapitazione fungesse da monito, anche per il futuro.

La descrizione dell’uccisione di Corradino di Svevia è il “piatto forte” della ricostruzione biografica che Lino Zaccaria propone ai lettori del suo “L’aquilotto insanguinato” edito da Graus Edizioni e in libreria in questi giorni.

Una ricostruzione completa, che si apre con un’introduzione di carattere storico sullo scenario nel quale era poi maturata la vicenda dell’ultimo rampollo della dinastia Hohenstaufen.

Il giovane Corradino di Svevia aveva appena poco più di sedici anni. Era nipote diretto del grande Federico II, figlio del figlio Corrado. Era calato in Italia per riprendersi il trono su cui Papa Clemente IV aveva insediato Carlo d’Angiò. Ma l’impresa era fallita a Scurcola, in Abruzzo. Proprio quando sembrava che il giovane principe potesse avere la meglio al termine di una sanguinosa battaglia campale, il rivale, grazie ad una abile mossa tattica di un suo vecchio condottiero, era riuscito a prevalere su quell’esercito un po’ raccogliticcio, fatto di pochi Svevi e di molti ghibellini italiani che speravano di tornare al potere e di rimettere nell’angolo il Pontefice, come aveva fatto Federico II. Corradino, in fuga dopo la sconfitta, era stato catturato sul litorale laziale, tradito dall’anello imperiale che ancora portava al dito. E chi lo aveva catturato, Giovanni Frangipane, lo aveva poi consegnato a Carlo d’Angiò. Un passaggio ancor oggi discusso di questa vicenda: fu Frangipane un traditore nel consegnarlo al re angioino, visto che in passato lui e la sua famiglia erano stati fedelissimi degli Svevi?

Questo punto specifico è ampiamente esplorato nel saggio di Lino Zaccaria, con precise citazioni di quanti si sono schierati per la condanna e di quanti invece hanno assolto il Frangipane.

Così come nel volume si può rinvenire un’accurata disamina di tutte le posizioni che si sono susseguite nei secoli tra quanti sostenevano che Carlo d’Angiò dovesse alla fine far salva la vita al giovanissimo rivale e quanti invece assumevano che la condanna a morte fosse inevitabile, perché Corradino vivo avrebbe rappresentato una spina nel fianco duratura per il sovrano francese trapiantato a Napoli.

 

 

Tutta la vicenda si snoda attraverso una sistematica citazione delle fonti, che quasi sempre vengono riprodotte in maniera testuale. Una consuetudine che l’autore ha mutuato dalla sua lunghissima esperienza giornalistica e che, come asserisce nella premessa, deliberatamente ha inteso seguire. Lo sottolinea nella prefazione anche Pietro Gargano: “La scrittura è sorvegliata, semplice, volutamente scarna, perché la ricerca della verità non ha bisogno di abbellimenti di maniera. Eppure queste pagine si leggono in un solo respiro, perché lo stile di un cronista vero è fatto di ritmo, di pause sapienti, di idee incalzanti. Il racconto dell’esecuzione è emozionante, nonostante sia privo di toni truci, di dettagli sanguinolenti, di particolari di fantasia come il guanto di sfida lanciato dal morituro, come l’aquila svolazzante. E’ perfetta l’atmosfera di macabro stadio, con la folla accorsa allo spettacolo della morte, con il tappeto rosso fino al palco del boia, orrenda forma di rispetto fasullo per il condannato”.

Esaurita la ricostruzione storica, dedicato un lungo e significativo passaggio al testo e all’analisi della celebre poesia di Aleardo Aleardi, l’opera si chiude con due “chicche”: l’intervento di Ciro Discepolo che descrive il quadro astrale del protagonista e conclude che era scritto nel destino che Corradino dovesse morire tragicamente. E infine con un’intervista ad una medievalista famosa, la professoressa Gabriella Piccinni. La quale, facendo violenza al suo impulso di “terzietà”, alla fine conclude che fra i due, Corradino e Carlo d’Angiò, la figura del primo è quella verso la quale si indirizzano i maggiori consensi e la più naturale simpatia.

L’autore

Lino Zaccaria, nato in Calabria nel 1946, giornalista professionista da quasi cinquant’anni, ha lavorato per oltre quaranta al “Mattino”, lasciato con il ruolo di redattore capo. E’ stato poi vicedirettore di “La Discussione” e, dal marzo del 2019, è direttore editoriale di “Napoli quotidiano”. Ha conseguito l’idoneità all’esercizio dell’avvocatura. Ha ricoperto importanti incarichi negli organismi di categoria, tra i quali consigliere di amministrazione dell’Inpgi e consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti, ed è stato anche presidente del Corecom Campania e docente al Master in giornalismo dell’università Suor Orsola Benincasa.                                    Ha pubblicato: “Napoli verso il terzo millennio (coautore); “Guide turistiche d’Italia”; “Giornalista, manuale per la preparazione all’esame di idoneità professionale”.

Giovanni Mammana

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